ricerca rapida

il mio carrello 0 prodotti nel carrello
  guarda il carrello
  concludi l'acquisto
DAS CABINET DES DR. NEBBIA - EPISODIO 6

 

Rubrica di cinema a periodicità anarchica a cura di Andrea Bruni

Hitchcock e il Surrealismo 

La straordinaria carriera di Sir Alfred Hitchcock si apre con un sogno di amore e di morte: nel 1925, negli studi Emelka di Monaco (e con esterni sul lago di Como) un giovanissimo Hitch gira The Pleasure Garden, melodramma in salsa stralunata con al centro due ballerine, Patsy e Jill. La morigerata Patsy raggiunge nelle colonie inglesi il marito, credendolo malato: giunta ai Tropici, al contrario, la fanciulla scopre che l’adultero se la spassa con un’aborigena locale. L’uomo, dopo aver percosso l’amante, l’affoga in mare. Ed ecco che, in sogno, lo spettro dell’indigena appare al criminale, chiedendo che egli uccida la povera Patsy con una scimitarra (sic)... Se la mise en scene, grazie anche all’accorta fotografia dell’italiano Gaetano Ventimiglia, è debitrice dei chiaroscuri e dei contrasti dell’Espressionismo, è innegabile individuare nella propensione allo sberleffo o al macabro, al guizzo onirico, una parentela col nascituro Surrealismo. Del resto, anche la sua seconda fatica (ed il suo primo capolavoro), e cioè The Lodger, col suo indagare la quotidianità di Jack lo Squartatore, si avvicina ad un altro tema molto caro ai surrealisti: l’analisi del patologico, e del difforme incistato in una normalità che non può che esser solo di facciata (e non è casuale che, negli stessi anni, il poeta surrealista per antonomasia, Robert Desnos, dedichi un bellissimo saggio a Jack the Ripper...). Ernesto G. Laura, in un testo coraggioso e stimolantissimo, Hitchcock e il Surrealismo (L’Epos) tende a dimostrare come il legame fra il Maestro del Brivido ed il movimento teorizzato da Breton non sia legato solo al celeberrimo Io ti salverò, ma come vi possa esser un fil rouge che unisce la suddetta avanguardia all’opera omnia di Sir Alfred. Dice Laura: “Non è un caso che il suo cinema a lungo giocato sul filo dell’ironia e dell’umorismo, del grottesco e della bizzarria, nel procedere degli anni si sia orientato con sempre maggiore determinazione verso allucinanti drammi senza sorriso (Psycho, The Birds, Frenzy) specchio della sua personale, dolorosa e crescente inquietudine esistenziale. In questo egli si iscrive a pieno titolo nella variegata pluralità surrealista, conciliando - o contrapponendo in sé - le due anime del movimento: di chi da un lato coltiva l’elemento ludico e beffeggiatore, e di chi, dall’altro, esprime un’irrefrenabile stato di angoscia”.
Una teoria intrigantissima che trova, all’interno della filmografia hitchcockiana, una messe incredibile di conferme. Alla prima categoria, quella delle extravaganze, delle bizzarrie che tanto sarebbero piaciute ai post-dadaisti più ludici come Jean Arp, appartengono senza dubbio Number Seventeen (1932) e La Congiura degli Innocenti (1955). Del primo, va detto che Hitch odiava il romanzo originale: costretto dai produttori a realizzare un giallo, il Sommo si sbizzarrisce per forgiare una sulfurea, surreale, parodia del “genere”. Suggerisce sempre Laura: “Come in Fantomas nessuna logica, nemmeno apparente, lega le emozioni dispensate a piene mani attraverso l’atmosfera paurosa di una villa disabitata e di un treno privo di macchinista che corre nella notte verso l’inevitabile catastrofe. Tutto è falso, ma un falso inteso nel senso piacevole di invenzione di pura fantasia su un traliccio narrativo poliziesco assolutamente implausibile”. De La Congiura degli Innocenti si posson solo sposare le parole di Rohmer e di Chabrol che lo definirono “un perfetto esempio di humor anglosassone, fondato sul gusto del macabro. Un umorismo comparabile a quello di Swift o di Thomas De Quincey” ed aggiungere che, fra tutti i capolavori di Hitchcock, questo è forse il più direttamente legato al surrealismo: al di là della “amoralità” di tutti i personaggi vi è l’uso che viene fatto del cadavere, sempre presentato di scorcio, o come squisito “oggetto surrealista”, con i due enormi piedi in primo piano fasciati da sgargianti calzini rossi...
Al tempo stesso, l’Hitchcock più attento ai sotterranei sommovimenti dell’Es, ha saputo sfornare un considerevole numero di Opere al Nero che avrebbero fatto la gioia di Freud e dei surrealisti della pioneristica “epoca dei sogni”: in primis La Donna che Visse Due Volte, sontuoso mèlo psicanalitico truccato da giallo, in cui fin dai titoli di testa (opera del grande Saul Bass), con quell’occhio che si tramuta in una ruota, che poi diviene una spirale, si guarda ai “rotoreliefs” di Marcel Duchamp... E dove, nella classica sequenza del sogno, “per rendere a fondo l’atmosfera onirica del pedinamento di Madeleine da parte di Scottie, Hitchcock gira rigorosamente alla luce del sole ma attraverso un filtro di nebbia, trasformando così le vie di San Francisco in una “reverie” di Yves Tanguy”, come suggerisce Nathalie Bondil-Poupard nel suo saggio dall’emblematico titolo Such Stuff As Dreams Are Made On: Hitchcock and Dalì, Surrealism and Oniricism...
In un percorso che non può di certo essere esaustivo (ma per questo, ripetiamo, c’è lo splendido volume di Ernesto G. Laura) ci piace anche pensare all’estremo sberleffo surrealista compiuto dal Maestro: ci riferiamo a Come Servire un Agnello (Lamb to the Slaughter), episodio da lui stesso diretto nel 1958 per il ciclo Alfred Hitchcock Presents. In esso una donna che, guarda caso, si chiama Mary, uccide il consorte fracassandogli il cranio con un cosciotto d’agnello che poi viene prontamente cotto a puntino. Giunge la polizia, ma Nostra Signora dei Fornelli invita gli agenti a dividere con lei quel fumigante pezzo di agnello…Se Hitchcock vi avesse aggiunto, per dire, un Cristo sghignazzante, come in quadro di Clovis Trouille, avrebbe forgiato la prima “parabola surrealista” della storia della televisione...




Andrea Bruni


Ai tempi della scuole elementari scopre Silvan e decide che nella vita farà il prestigiatore. Alle medie incontra sulla sua strada "Il cavaliere inesistente" di Calvino e comprende che il suo mestiere sarà quello dello scrittore. Ma la sua vita cambierà al Ginnasio per colpa di Enrico Ghezzi che presenta un epico ciclo di visioni notturne (Freaks, Simon del deserto, Il corridoio della paura): una vita rovinata. Per "venerare" il cinema ne ha fatte di tutti i colori: organizzare rassegne nei più remoti anfratti di montagna; scrivere un paio di libri che han venduto meno dell'autobiografia di Iva Zanicchi; impegnare i gioielli di famiglia per farsi mandare dal Giappone i dvd di Takashi Miike.





Dr. Nebbia