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Das Cabinet Des Dr. Nebbia - Episodio 1

 

Rubrica di cinema a periodicità anarchica a cura di Andrea Bruni


Pensione Paura


Strano anno, il 1978: Giuliano Montaldo ci propone con Circuito chiuso un claustrofobico “meta-giallo”, ambientato all’interno di una sala cinematografica, con tanto di omicidio durante la proiezione di uno spaghetti-western; Gianni Amelio comincia a dar sfogo alla propria “magnifica ossessione” con La morte al lavoro dove André Bazin balla un valzer con Bernard Hermann; lo sceneggiatore Maurizio Costanzo decide di esordire dietro alla macchina da presa con Melodrammore, bislacca narcisata che cerca di destrutturare con il grandangolo dell’affettuosa parodia il cinema di Matarazzo e Gentilomo arrivando a scomodare persino Amedeo Nazzari… Tentativi, anche goffi, oramai sperduti nel buio ma estremamente significativi di uno “stato generale” del cinema italiano di quegli anni, alla disperata ricerca di una propria identità e di una accorta metabolizzazione del nuovo culto cinephile.   


Pensione Paura si inserisce all’interno di questo percorso. Deve farlo, perché altrimenti, a guardarlo, come si è sempre tentato di fare, sotto l’ottica dei “generi” (morboso all’italiana, gotico avatiano, etc…) allora il film è un disastro. Ma non può essere così, non deve essere così: Francesco Barilli, cresciuto a pane e buon cinema (Pietrangeli, Bertolucci) è persona troppo colta e raffinata per non aver ravvisato, con Pensione Paura, un sottotesto, una molteplice chiave di lettura che vada al di là delle butirrose tettine di Leonora Fani o dell’irsuto derrière di Luc Merenda…Personalmente voglio vedere Pensione Paura come un apologo lucido e feroce, sulla falsariga de L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale (1975) di Gian Vittorio Baldi, altro bell’esempio di “eccentrico” emiliano-romagnolo. Certo, il regista di Fuoco! sceglie, come suo solito,  la macchina a spalla e le ombre sporche di una pellicola sgranata, per fotografare gli orrori e le paranoie del fascismo giunto alla sua fase terminale, a differenza del Barilli che, da bravo pittore, continua a costruire ogni singola scena come fossero raffinati tableaux vivant. Due idee di cinema quasi opposte, quindi, che però convergono nella scelta dell’allucinata parabola irrealista e del suo stordente potere affabulatorio.


L’opera di Barilli si apre con un’immagine bellissima, solare: la virginale Leonora Fani che, indossato l’abito dei dì di festa, solca un corso d’acqua accarezzato da folti grovigli d’erbe palustri: uno scorcio impressionistico di morbida, sensuale, eleganza, degna del più dotato dei macchiaioli, Giunta la protagonista nell’alberghetto avito, (la “Pensione delle Rose”) ecco che il film, ex abrupto, ha una prima sbandata: ai cieli tersi, ai riverberi dorati del sole, si sostituisce la fredda luce di una lampadina che con verticale rigore sgrana, come in un silente rosario, muri scrostati e volti tumefatti: Silvestro Lega passa la tavolozza a Felice Casorati.


Le giornate della bella, dolce, Leonora si dipanano tristemente in un appiccicoso susseguirsi di angherie domestiche e di soprusi sessuali: la guerra sembra essersi portata via tutti gli uomini integri, con la testa sulle spalle: a render più inquiete quelle spoglie stanze non restano che i cascami di un’umanità da basso impero. Secondo scarto: Felice Casorati passa la tavolozza ad Otto Dix. Solo con le lenti deformati della Nuova Oggettività tedesca è possibile, infatti, digerire la grottesca Totentanz finale che mette al bando ecpirosi catartiche o sublimi purificazioni, abbandonando, nel grigiore di un’alba livida,  la povera Leonora al proprio destino di morte.         





Andrea Bruni


Ai tempi della scuole elementari scopre Silvan e decide che nella vita farà il prestigiatore. Alle medie incontra sulla sua strada "Il cavaliere inesistente" di Calvino e comprende che il suo mestiere sarà quello dello scrittore. Ma la sua vita cambierà al Ginnasio per colpa di Enrico Ghezzi che presenta un epico ciclo di visioni notturne (Freaks, Simon del deserto, Il corridoio della paura): una vita rovinata. Per "venerare" il cinema ne ha fatte di tutti i colori: organizzare rassegne nei più remoti anfratti di montagna; scrivere un paio di libri che han venduto meno dell'autobiografia di Iva Zanicchi; impegnare i gioielli di famiglia per farsi mandare dal Giappone i dvd di Takashi Miike.





Dr. Nebbia