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Das Cabinet Des Dr. Nebbia - Episodio 5

 

Rubrica di cinema a periodicità anarchica a cura di Andrea Bruni


Di Veronica Lake, cadaveri riesumati e Flesh Feast

“A Hollywood non seppelliamo i nostri morti. Continuano a puzzare. Puzzeranno la settimana prossima a Cincinnati, a Londra e a Parigi, ed entro due anni puzzeranno alla televisione”, bofonchiava Billy Wilder dall’alto del suo trono di pelle nera. Difficile smentire il Maestro, ma è lecito sottolineare che nella rutilante Morgue della Grande Babilonia, alcuni cadaveri scompaiono, si dissolvono in una mitopoiesi digitale: prendiamo il caso di Veronica Lake, la pulcherrima Dea Nera con l’occhio velato da una cascata di biondissimi capelli. Che sappiamo di lei, a parte il quarto d’ora di celebrità, fra il 1942 e il 1944? Che ne sappiamo del tormentatissimo matrimonio con André De Toth (uno degli Dei Monocoli, come John Ford e Fritz Lang, e qui Dio o chi per lui, davvero si era sbronzato)? Dei problemi con l’alcool? Delle crisi di schizofrenia? Il Calvario della Lake ha il più tragicomico degli epigoni nel 1970, quando l’ex sinuosa strega di René Clair, viene avvicinata da loschi figuri del sottobosco hollywoodiano, viscidi orchetti da Drive In. La lambiscono e la seducono con voci mielose, convincendola a finanziare (lei! Ridotta ormai a far la cameriera…) e ad interpretare un “horror” che forse manco sarebbe stato distribuito nei cinemini zozzi del Texas più profondo. La Lake, forse lusingata da un così imprevisto ritorno alle scene, spese tutti i suoi soldi per comprarsi un elegante tailleur grigio per poter interpretare la dottoressa Elaine Frederick, una scienziata cha creato in laboratorio delle raccapriccianti sanguisughe cannibali; schifosi animaletti in grado di rosicchiare la prima pelle, ergo, di riportare le persone ad una fintissima nuova giovinezza… Chi ha visto Flesh Feast non può non ricordarlo con grande imbarazzo: imbarazzo che si tramuta in umanissima Pietà quando, nel risibile crescendo finale, vediamo un decrepito, incartapecorito, Adolf Hitler soccombere alle sanguisughe della dottoressa Lake, impegnata in un delirante monologo che par la versione lisergica di quello di Chaplin ne Il Grande Dittatore



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